TRIVELLAZIONI

Questo documento, anche se lungo, è un utile strumento di conoscenza per iniziative di difesa ambientale. Il sottosuolo italiano nasconde un miliardo e mezzo di barili di greggio. Un business da 100 miliardi di dollari ancora da sfruttare  E sono sempre di più le richieste per trivellare

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Petrolio all’italiana. Non siamo il Texas, e nemmeno il Kuwait. Ma anche noi abbiamo il nostro petrolio. Gli studi dicono che più o meno 840 milioni di barili di greggio riposano sotto il territorio italiano. Le stime aggiungono riserve “probabili” stimate in almeno 400 milioni di barili, che potrebbero salire anche fino a un miliardo. Ai prezzi di oggi un miliardo e mezzo di barili di oro nero valgono 100 miliardi di dollari. Quattro volte la manovra finanziaria che ci è servita a mettere a posto i conti pubblici.

La fascia “anticlinale”. Il greggio italiano sta quasi tutto in una fascia che i geologi chiamano “anticlinale”. Una mezzaluna che segue il fianco orientale dell’Appennino: parte dalla Pianura Padana, scende nelle colline dalla Romagna e quindi va giù fino in Molise, Basilicata e Puglia, allargandosi anche alla Calabria ionica e arrivando fino in Sicilia, nei territori compresi tra Siracusa e Ragusa.

 

I giacimenti. Uno dei giacimenti maggiori d’Italia è a Trecate, tra Novara e la Malpensa, ma ormai è quasi vuoto. A Cortemaggiore, nel Piacentino, c’è un altro grosso giacimento sfruttato molto da ENI fino agli anni ’70, mentre al largo di Venezia ci sono giacimenti che non si possono toccare perché svuotarli vorrebbe dire abbassare il suolo della città. I giacimenti siciliani sono sfruttati da anni, addirittura la statunitense GULF continua a ricavare petrolio da pozzi che risalgono agli anni ’50. E solo di recente è iniziato lo sfruttamento delle riserve della Basilicata.

Il potenziale. Oggi i 700 pozzi attivi nel nostro paese rendono ogni anno quattro milioni di tonnellate di greggio a terra e mezzo milione a mare. Una quantità che incide per meno del 4% sulla bilancia energetica nazionale e vale meno del 5% del nostro fabbisogno. Dice Claudio Descalzi, capo dei giacimenti dell’Eni e anche presidente di Assomineraria, l’associazione dell’industria del settore, che a livello di riserve di greggio l’Italia sarebbe, in Europa, subito dopo i quattro paesi che sfruttano i giacimenti del Mare del Nord. Il problema, spiega, è la burocrazia che, soprattutto a livello regionale, rende molto difficile avviare le estrazioni.

Le cifre. Secondo Assomineraria in Italia si potrebbero già fare partire investimenti privati nella ricerca di idrocarburi per 5,4 miliardi di euro, in 57 progetti di esplorazione, produzione e stoccaggio relativamente a combustibili fossili. Nomisma aggiunge che la ricaduta occupazionale sui settori direttamente coinvolti in questi progetti nella produzione di beni e servizi potrebbe ammontare a circa 34.000 addetti-anno, cifra da raddoppiare se si considerassero i positivi impatti indiretti sull’economia.

Le richieste. Negli ultimi anni c’è stato un grande aumento delle richieste per studiare le potenzialità petrolifere del nostro territorio. Le compagnie italiane e straniere si sono messe in fila ai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente per ottenere le autorizzazioni. E ad oggi sono 95 i permessi rilasciati: 71 a terra (25mila chilometri quadrati, un’area equivalente alla Sicilia) e 24 a mare (11mila chilometri quadrati, quanto l’Abruzzo). 65 le istanze per nuove ricerche: 24 a terra (7mila kmq) e 41 a mare (23mila).

Le fasi. La ricerca del petrolio procede generalmente in tre fasi. La prima fase sono le indagini geofisiche: si conducono studi che utilizzano parametri elettrici e magnetici in grado di dire se nel terreno vi sono delle anomalie. Quindi, se l’esito è positivo, si passa alla seconda fase, in cui si verifica se le anomalie significano anche presenza di giacimenti di idrocarburi. In questa fase si conducono i primi esami invasivi: mini trivellazioni utili a fornire dei campioni. Se dai campioni emerge la presenza di idrocarburi si passa alla terza fase, quella della trivellazione. Per ognuna di queste fasi, in Italia, occorre il permesso dei ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente.

In acqua. La ricerca di petrolio in mare è un po’ più complessa. Per cercare idrocarburi sotto il fondale si spara contro la roccia, con uno speciale cannone caricato su imbarcazioni attrezzate per queste ricerche, un getto di bolle d’aria. L’aria, colpendo il fondale, produrrà particolari onde che, rimbalzando verso la superficie, fanno vibrare i captatori, delle piastre sistemate nelle apparecchiature di bordo. Le vibrazioni dei captatori danno ai ricercatori indicazioni sulla presenza eventuale di idrocarburi o di giacimenti di gas.

Marevivo. L’associazione ambientalista Marevivo ha riportato l’elenco delle richieste presentate nell’ultimo biennio da diverse compagnie petrolifere per fare ricerche nei nostri mari. Sono 6 e hanno procedure di Via già concluse: 3 da parte dell’Eni, nell’Alto Adriatico e nel mare dell’Emilia Romagna; 3 da parte della Northern Petroleum, nel mare della Puglia. Altre 10 procedure Via sono in corso: 7 per la compagnia Petroceltic, nei mari di Puglia, Abruzzo e Molise; 1 per la Edison (Abruzzo e Molise); 1 per la Consul service (Basilicata); 1 per la Northern Petroleum (Sicilia). Ancora 21 verifiche di assoggettabilità a Via concluse: 5 per la Northern Petroleum (4 nel Canale di Sicilia e 1 nello Ionio); 7 per l’Eni (5 nel mare della Sicilia e 2 in quello dell’Emilia Romagna); 3 per la Puma Petroleum (2 in Siclia e una in Sardegna davanti a Oristano); 2 per la Medoil (Sicilia), 2 per la Saras in Sardegna (uno nel Golfo di Cagliari e l’altra nel Golfo di Oristano).

L’upstream dell’upstream. In Italia molta dell’attività di ricerca consiste in quello che viene definito “l’upstream dell’upstream”. Aziende anche medie e piccole vanno in cerca di qualsiasi traccia di petrolio (e anche di gas) con l’obiettivo di ottenere le concessioni per le estrazioni e poi cederle ad altri gruppi che si occuperanno della trivellazione e della produzione.

L’opposizione. Ma l’idea di avere pozzi di petrolio vicino a casa, o a qualche chilometro dalla spiaggia, piace a pochi. Per questo i Comuni, le Regioni e le popolazioni dei territori che dovrebbero ospitare le estrazioni spesso dicono no all’inizio delle attività. Puglia e Toscana sono le Regioni che più di tutte si stanno opponendo alla ricerca di petrolio nei loro territori. Ma per quanto riguarda le acque marine gli enti locali possono poco, dato che l’ultima parola spetta allo Stato.

La Puglia. Nel febbraio scorso il Tar di Lecce ha ordinato la sospensiva del decreto ministeriale sui lavori preliminari per la ricerca di idrocarburi nel mare pugliese. La Regione Puglia, assieme ai Comuni di Fasano e di Ostuni, aveva presentato ricorso contro un provvedimento del ministero dell’Ambiente che aveva giudicato positivamente i lavori per l’estrazione di idrocarburi ordinati dalla società britannica Northern Petroleum. Il Tar ha dato ragione agli enti locali. Calvello e Ragusa Sono altri due esempi degli ostacoli che l’attività estrattiva può incontrare nel nostro Paese. Calvello è in Basilicata: lì l’Eni ha cinque pozzi di petrolio che non possono funzionare perché manca una firma della Regione per poter posare i tubi e portare il greggio verso il centro oli di Viggiano. A Ragusa la Panther Gas è pronta a sfruttare il giacimento (di metano) di Gallo. Ma non può partire perché il sindaco di Vittoria (il comune confinante) si è opposto, in quanto la trivellazione è a tre chilometri da una sorgente che alimenta l’acquedotto di Vittoria. La distanza minima per legge è 200 metri, ma i giudici hanno dato ragione al sindaco.

Le royalties. Per gli enti locali autorizzare le estrazioni può essere una buona opportunità: In Italia le royalties, cioè la quota dei ricavi dall’attività di estrazione da versare allo Stato, sono pari al 4%. Annualmente i primi 300.000 barili di petrolio costituiscono poi titolo di franchigia gratuita. Con questo sistema il settore estrattivo nel 2009 ha versato allo Stato più di un miliardo di euro sul reddito e oltre 260 milioni in royalties.

L’esempio della Basilicata. In Basilicata, dove il settore ha nella Val d’Agri il principale centro produttivo, il sistema sta funzionando. Nel 2009 gli enti locali hanno incassato 600 milioni di euro, utili a realizzare opere pubbliche e sviluppare iniziative legate all’archeologia e al turismo. Anche se i posti di lavoro creati, dicono dalla Cgil regionale, non sono i 2mila inizialmente promessi, ma solo 500. Lo conferma anche Vincenzo Vertunni, sindaco di Grumento (1.750 abitanti), che con Viggiano è uno dei due paesi petroliferi della Val d’Agri: «Le royalties ci arrivano. In media oltre due milioni di euro all’anno. Sta a noi impiegare bene questi soldi per creare sviluppo. Ma siamo onesti: l’indotto industriale non esiste, né qui né altrove». L’Eni in Val d’Agri oggi produce 85mila barili di petrolio al giorno. Quando sarà a regime la produzione salirà a 105 mila barili. A Tempa Rossa, nella Valle del Sauro, Total, Shell ed Exxon hanno già investito 250 milioni di euro e ne metteranno altri 800 per avviare le estrazioni nel 2012. Prevedono di ottenere, a regime, 50 mila barili al giorno e 350 mila metri cubi di gas. La Regione Basilicata ha ottenuto per la concessione, tra l’altro, la fornitura gratuita di tutto il gas naturale estraibile con un minimo garantito di 750 milioni di metri cubi.

La marea nera. Il disastro del Golfo del Messico, iniziato con l’esplosione della piattaforma Deepwater della British Petroleum lo scorso 20 aprile e ancora senza una soluzione, ha accresciuto anche nel nostro paese i timori sulla ricerca di petrolio in mare. Ai primi di maggio l’allora ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola ha deciso di sospendere le nuove trivellazioni in mare, quindi ha convocato i vertici di Eni ed Edison e ha condotto ispezioni nelle nostre piattaforme offshore per verificare l’efficienza dei sistemi di sicurezza e dei piani di emergenza.

Il chiarimento. Scajola ha tranquillizzato gli animi, ricordando che le perforazioni off shore in Italia avvengono a 200 metri di profondità, non a 1.500 come nel caso della piattaforma della Bp. Inoltre incidenti simili non si sono mai verificati in 50 anni di attività nei nostri mari. E le 115 piattaforme italiane (99 dell’Eni e 16 dell’Edison, realizzate tra il 1968 e il 2004) producono quasi tutte gas.

Le aree protette. In più il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha chiarito che il governo dirà no a sondaggi indiscriminati nel Mediterraneo, soprattutto a quelli in aree protette come quelle delle Tremiti, al largo della Puglia, o delle Egadi, ad ovest della Sicilia. «In Italia – ha detto il ministro – purtroppo spesso sono stati autorizzati studi e ricerche per verificare se c’è il petrolio nei nostri fondali anche in prossimità di riserve protette», dove le trivellazioni non verranno mai autorizzate.

Le norme. Per ora c’è comunque un problema normativo. «Nel nostro paese non esiste una normativa adeguata né per tutelare l’ecosistema nelle aree interessate dalle trivellazioni, né per il risarcimento in caso di disastro ambientale», spiega Ermete Realacci (Pd), presentando un’interrogazione parlamentare alla Presidenza del Consiglio dei ministri, al ministro per lo Sviluppo economico e al ministro dell’Ambiente. Il governo «intervenga con urgenza per verificare la situazione, l’effettiva economicità dell’attività estrattiva del nostro paese – chiede Realacci – e provveda a emanare una normativa più stringente per tutelare il Mediterraneo, un mare chiuso, dal fragile equilibrio e purtroppo fra i più inquinati al mondo da idrocarburi, con 38 mg per metro cubo di catrame pelagico».

 

TRIVELLAZIONIultima modifica: 2010-07-01T13:29:00+02:00da officinafuturo
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