ANNI ’70: due interviste a Mauro Pagani

Dal progressive alla world music, una carrellata di cover per rileggere un pezzo di storia italiana Arrigo Boccalari,Il cittadino 26.06.2010

«Porto a Lodi i miei trent’anni di musica» 

Mauro Pagani si racconta alla vigilia del concerto; a fianco di Pagani (voce, flauto, violino, bouzouki, chitarra) il musicista senegalese Badara Seck (voce), Eros Cristiani (pianoforte, tastiere, fisarmonica) e Joe Damiani (batteria, percussioni)

In principio c’era la Premiata Forneria Marconi, ma dagli anni Settanta in poi la carriera di Mauro Pagani, polistrumentista e cantautore di natali bresciani, ha toccato diversi generi musicali e incontrato artisti di prima grandezza: dallo sperimentalismo di Demetrio Stratos alla musica popolare, fino alla world music e al magico sodalizio con Fabrizio De Andrè, da cui il nato il capolavoro Creuza de ma.

Si dice che lo spettacolo sia in gran parte dedicato a tutta la musica che ha influenzato la tua formazione. Che cosa si deve aspettare il pubblico di Lodi?«Non molta Pfm, qualche accenno, certo, ma più che altro la musica “esterna” che ha influenzato la nostra avventura: brani dei King Crimson, dei Genesis, dei Jethro Tull».

Molti pezzi cover, quindi nella scaletta.«Alcune, distribuite all’interno del concerto. Credo sia giusto rendere omaggio a un periodo musicale, quello del progressive, che è un punto di riferimento e un debito non risolto».

Una grande stagione, breve ma intensa.«Per la prima volta eravamo di fronte alla mediazione tra vari linguaggi musicali. La fiammata è durata pochi anni, ma oggi sembra tornare a vivere. In assenza di linguaggi nuovi la contaminazione è un’ipotesi molto affascinante».

Il tuo libro Foto di gruppo con chitarrista si chiude con il concerto per Demetrio Stratos del giugno 1979: la fine di un’epoca?«È stato l’ultimo concerto “di movimento”, già si sentiva che qualcosa stava cambiando: si cominciava a sentire una sorta di dicotomia tra il pubblico e i musicisti».

Da allora sono passati trent’anni: c’è qualche esperienza musicale da salvare dalla banalità?«Detesto l’impianto nostalgico. Io ho avuto la fortuna e il privilegio di vivere in un tempo di grande energia e voglia di innovare, denso di utopia, Abbiamo dato un grande contributo alla canzone d’autore, in un contesto in cui il rock “nostrano” spesso si è dimostrato imitativo e senza una sua identità…».

Per fortuna è arrivata la world music.«Due sono stati i momenti significativi nel panorama italiano: quello del progressive, il primo rock in cui gli stilemi blues-rock non sono fondamentali rispetto ad altri, e quello della musica del mondo, la world music, con il suo rapporto con la tradizione popolare, in una contaminazione di grande valore e interesse. In questo campo noi italiani siamo all’avanguardia da sempre, solo un’industria discografica poco lungimirante come la nostra ha potuto non rendersene conto».

Quindi la cosiddetta world music è solo un’etichetta che rappresenta la norma di una condizione già esistente nella pratica musicale?

«Creuza de ma è stata scritta nel 1983, Peter Gabriel ha aperto la Real World nel 1988, non c’è molto da aggiungere».

 

Dunque c’è ancora spazio per la musica, al di fuori dei talent show televisivi? «Abbiamo campato bene di pop per molti anni, di canzoni melodiche che possono essere cantate in italiano o in altre lingue, di musica impersonale e internazionale. Sono stati realizzati buoni prodotti commerciali, ma le nostre bandiere sono state e, credo, saranno anche in futuro, la canzone d’autore e la musica del mondo, quella appunto popolare».

Quali sono gli interessi attuali di Mauro Pagani, dopo una lunga carriera all’insegna dell’eclettismo e dell’improvvisazione?«Lavoro sempre come musicista, faccio la spola tra Italia e New York, dove collaboro con colleghi che mi danno la possibilità di sperimentare a 360 gradi, in situazioni in cui i linguaggi si mescolano in un processo creativo».

Insomma siamo in un’ottica postmoderna: l’esperienza del passato si ripresenta, viene citata ed elaborata per generare novità?«Sì, ma con un approccio che tenga veramente conto di tutti i linguaggi al di fuori dei cosiddetti generi: improvvisare senza farsi influenzare da blues, rock o progressive non è certo un’impresa facile».

 

 

ANNI ’70: due interviste a Mauro Paganiultima modifica: 2010-06-27T16:09:00+02:00da officinafuturo
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