ARTE E DIO

Dio esiste, no non esiste. Esiste forse prova provata della sua esistenza? Sicuramente no. Chi ci crede professa un solo atto di fede: decido di crederci perchè decido così, non cerco prove a supporto del mio atto e resta una mia scelta personale; indimostrabile il mio assunto. Hegel nella fenomenologia dello spirito argomenta, elenca, disquisisce sulle modalità di rappresentazione ed autorappresentazione dello spirito che raffigura l’essere superiore, che è perchè è dato che sussista. Il potere delle chiese ha costruito nei secoli la materialità del proprio potere fondandolo soprattutto sul possesso assoluto della capacità di dispensare (dietro pagamento/sofferenza) il futuro di una vita extraterrena: abbi timore di dio e io chiesa te lo impongo.

Ovvero dio c’è diventa un assunto indiscutibile, anche questo è un aspetto della evoluta società imperialista.

In questa stessa società l’arte riconosciuta (ovvero quella che fa mercato, perchè si vende o perchè si vende la sua esposizione) è un assunto: i critici deputati definiscono arte un certo prodotto e il pubblico popolo non deve far altro che accettare il giudizio e riverire l’artista, l’artista è eletto nel gotha.

Nella stessa misura in cui un produttore di opera (operaio, contadino, studente…) è tenuto/obbligato a dimostrare la sua capacità di adattamento/produrre/vendere/ricostruire/riprodurre il suo prodotto anche l’artista è tenuto a saper motivare/spiegare/raccontare/descrivere il suo prodotto, se non lo fa o non lo sa fare il suo prodotto non è, non è opera d’arte; così come dio non è.

ARTE E DIOultima modifica: 2010-01-13T09:58:00+01:00da officinafuturo
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Un pensiero su “ARTE E DIO

  1. L’arte è uno status mentale, una modalità di pensiero. Nel momento in cui viene prodotto un oggetto, ci troviamo in presenza della presentazione del cadavere di un percorso artistico. L’arte rivoluzionaria non è quella che produce senso, perchè esso è mercificabile, non è quella che produce per il mercato (gli attori di questa dimensione non sono artisti ma artigiani), ma è quella che ci accompagna nella vita quotidiana, quella che fa sì che ognuno di moi possa sviluppare idee proprie di trasformazione dell’esistente. L’arte che sfugge al capitale è quella che rimane imprendibile, non classificabile e, soprattutto, non vendibile, che nasce e muore nello stesso istante, atta solamente ad una modalità di scambio gratuito tra gli individui. Arte è ciò che parte dallo spirito, dal puro piacere del viverla, del vivere i gesti quotidiani, del fare e disfare, del pensare, del ridere, dell’interagire e trasmettere emozioni. Ecco, forse è proprio questo il nocciolo: deve trasmettere emozioni e non senso, colpire la pancia e non il cervello, essere prodotta per il piacere di farlo e non per un obiettivo di vendita. La razionalità è soggettiva e quindi l’interpretazione di un’opera, se questa trasmettesse senso, sarebbe appunto soggettiva vanificando l’intenzione dell’autore di comunicare un messaggio specifico. A meno che fosse didascalica, ma allora diventerebbe giornalismo illustrato. L’unica motivazione che l’artista può dare alla propria produzione o non produzione è che non c’è nessun motivo razionale se non il desiderio di rappresentare un momento di piacere vissuto ed espresso. E ciò che dovrebbe spiegare è già contenuto nell’opera stessa, in ciò che emozionalmente trasmette, senza didascalia aggiunta. Se è vero che l’opera d’arte è l’estensione del soggetto che la produce, essa ne conterrà la storia, la filosofia di vita, il percorso esistenziale. Una tirata d’orecchi va data anche al fruitore passivo, a colui che vuol capire e pretende che gli sia sempre spiegato senza mettersi in discussione. Di fronte all’incomprensibile sarebbe forse il caso di chiederci cosa manca nel nostro approccio affinchè ciò che ci sta di fronte possa divenire intelleggibile. A volte basta capire che non c’è nulla da capire. Dovremmo riscoprire il nostro personale piacere del vivere.

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