CROCEFISSO NELLE SCUOLE LODIGIANE: UNA VECCHIA STORIA

Nel dicembre 2003  il Consiglio Comunale di Lodi inviò alle scuole della città il testo di una delibera conseguente ad una mozione presentata dai consiglieri della Lega Nord  con cui invitava a collocare nelle aule e negli uffici il crocifisso simbolo della religione cristiana cattolica.Il dirigente scolastico della mia scuola rispose con una lettera da me cofirmata con l’intento di dare un piccolo contributo al dibattito. Così non fu:quello che ne scaturì fu un linciaggio mediatico locale, un isolamento all’interno del Collegio Docenti e delle altre scuole,fino ad una interrogazione parlamentare dell’on.Gibelli e la relativa risposta dell’allora ministra Moratti.Vale la pena a mio avviso riportare il testo sempre attuale di quella lettera.

Lettera aperta sull’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche.


Distintissimi Signori,

Abbiamo ricevuto come le altre scuole il testo della recente approvazione da parte del Consiglio Comunale di una mozione presentata dai consiglieri della Lega Nord che -dopo averne esposto le motivazioni- invita le scuole a collocare nelle aule e negli uffici il crocifisso simbolo della religione cristiana cattolica.

Rispondiamo alle SS.VV. che decliniamo tale invito specificandone i motivi attraverso le brevi riflessioni che seguono;  nell’intento di dare un piccolo contributo al dibattito.

Prendiamo anzitutto in considerazione gli aspetti giuridici ed istituzionali.

L’esposizione nei pubblici uffici e nelle scuole del crocefisso si rifà ad un regio decreto del 1921 ripreso dal testo dei patti Lateranensi del 1929 e si basa sull’attribuzione di Religione di Stato al credo cattolico.

Tuttavia la revisione del concordato del 1985 ha rimosso tale attributo. Pertanto non ci si può più appellare a quella norma e da tale data le Istituzioni Scolastiche della Repubblica, come pure gli altri uffici pubblici, non devono più esporre il crocefisso.

La Costituzione Italiana, come giustamente Voi ricordate, ha sancito il principio non solo della laicità dello stato, ma soprattutto dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge.

In particolare l’intento dell’ articolo tre, affermando tale uguaglianza,  è fondamentalmente quello di tutelare le minoranze. E’ questo infatti che qualifica una vera democrazia dal momento che, come è noto, le maggioranze si tutelano benissimo anche nei regimi dittatoriali.

Questo vale anche e soprattutto nel luogo che la Repubblica istituisce per la formazione dei bambini e dei giovani, cioè la scuola. Ciò è particolarmente rilevante oggi quando gli alunni appartenenti a religioni diverse dalla cattolica non sono più una stretta minoranza ma, ad esempio, nella scuola dell’obbligo sfiorano ormai il 10% della popolazione scolastica ed il loro numero è destinato ad aumentare. Diversamente la scuola che ha il compito di insegnare il rispetto delle differenze e l’interazione delle culture di varia provenienza, si sottrarrebbe al compito affidatole  dalla Carta Costituzionale.


Ma anche sotto l’aspetto culturale le motivazioni addotte dalle SS.VV. appaiono discutibili.

Prima di dire che il crocifisso affisso nelle aule scolastiche simboleggia da solo la nostra storia e la nostra cultura occorre ricordare  che la nostra civiltà non si spiega senza la secolare e profonda influenza di altre culture, specie l’ebraica e  l’ arabo-islamica. Di esse si ritrovano i segni nella scienza, nell’arte, nella filosofia, in generale nel linguaggio. Basterebbe ammirare il Duomo di Monreale per capire a quali vette di civiltà può arrivare una cultura “felicemente contaminata”. Per non parlare delle tradizioni laico-illuminista e socialista (nelle sue varie forme) che hanno avuto nella nostra cultura e nelle nostre istituzioni democratiche un peso decisivo.

E’ così ovvio ricordare che i valori di “fraternitè et egalitè” si diffusero universalmente in seguito ad una vicenda ( così secondaria?) come la Rivoluzione Francese e da allora hanno permeato la civiltà europea? E che la nostra democrazia affonda le sue  radici (spesso ricordate dal Presidente della Repubblica) da una parte nella storia risorgimentale le cui matrici ideali si rifanno in gran parte proprio a quella Rivoluzione, e dall’altra nella Resistenza al nazifascismo agita fianco a fianco da credenti e non credenti  ?

Soprattutto come dimenticare che la Costituzione Italiana rappresenta per il nostro paese la più alta sintesi fra la tradizione Cristiana, quella Liberal-democratica e quella Marxista, e cioè una nobile contaminazione delle tre più significative componenti ideali della nostra storia moderna ?

Chi si sentirebbe quindi di sottoscrivere oggi l’affermazione Crociana “Perché non possiamo non dirci Cristiani” in una società secolarizzata e “meticcia” in cui fra l’altro i cattolici praticanti sono meno del 30%?.


Vale inoltre la pena di aggiungere un paio di osservazioni sui “valori essenziali del messaggio Cristiano”.

Solo per inciso: nei paesi di tradizione cristiana protestante nessuno si sognerebbe di mettere i crocifissi nei luoghi pubblici. Così la pensano anche le comunità evangeliche italiane.

Ma rimaniamo all’interno della tradizione cattolica.

Autorevoli documenti della Chiesa (veri pilastri del pensiero cattolico) quali le encicliche “Pacem in terris” di Giovanni XXIII e “Populorum progressio” di Paolo VI, e più ancora la “Gaudium et Spes”, altissimo pronunciamento del Concilio Vaticano II, mostrano una Chiesa che ascolta e dialoga con le altre religioni e persino con la cultura atea, che non impone ma propone i propri valori, che ricerca “ciò che unisce più che ciò che divide”, che nel confronto si mette in discussione.

E’ vero che il pontificato di Giovanni Paolo II -peraltro così impegnato nel promuovere la pace- ha rappresentato un arretramento del dialogo, specie con le culture laiche. Tuttavia il “popolo dei credenti cattolici”, sia nelle espressioni di significative figure di intellettuali, sia nelle posizioni di diverse comunità ed associazioni, ha fatte proprie sostanziali acquisizioni anche di altre tradizioni culturali.

Ma torniamo alla specifica questione della esposizione del crocefisso.

Nel Vangelo (specie in quello dell’evangelista Luca) Cristo è mostrato come colui che viene condannato alla morte sulla croce dal potere “mondano” (rappresentato sia dall’autorità politica che da quella religiosa) per aver testimoniato l’amore e la giustizia, assumendo su di sé le sofferenze e le ingiustizie del genere umano.

Come non notare la stridente contraddizione fra il significato evangelico della croce e la sua ostentazione sui muri delle aule accanto agli altri simboli del potere costituito?

Non aveva detto Cristo “Il mio regno non è di questo mondo?” e non ricorda Egli ai discepoli “voi siete nel mondo ma non del mondo”? E Paolo di Tarso non parla della “follia della croce” come radicale ed apparentemente incomprensibile contraddizione fra “mondanità e regno dei cieli”?.

Forse non tutti ricordano che Don Lorenzo Milani  (cui significativamente è intitolata la nostra scuola) fece togliere il crocifisso dalla propria aula, ponendo a sé ed ai propri allievi ( come ricorda in un recente intervento il teologo Enzo Mazzi) una semplice e radicale domanda: “come fa Cristo vittima per eccellenza del potere che l’ha barbaramente ucciso a mostrarsi come simbolo del potere stesso?”.


Se si dimentica tutto ciò la croce si riduce a mero simbolo di potere e di superiorità, quindi di oppressione. In questo caso dovremmo riconoscerci in quella tradizione -nefasta per le sorti del mondo occidentale- che si rifà a quella che Ernesto Balducci,  altra eccellente espressione della cultura  conciliare, chiamava “la Chiesa Costantiniana”. Essa è quella che ha scelto la violenza e la guerra, dalle crociate ai roghi agli eretici, alle guerre di religione, ed ha posto il simbolo della croce sui labari degli eserciti. La stessa che si è manifestata nel secolo appena trascorso nell’ottusa condanna del modernismo e nella scomunica ai comunisti. Del resto neppure oggi manca un novello Costantino che scatena  guerre “preventive” brandendo con una mano il crocifisso e tenendo l’altra ben stretta sul portafoglio.

La croce, sottolineano quindi i cattolici più attenti, non può essere degradata ad espressione di potere e di  separazione.


Dopo quanto sopra esposto è evidente che il crocefisso appeso sui muri delle aule accanto a quello dell’autorità costituita, lungi dal richiamare l’autentico significato del simbolo cristiano, invia il seguente messaggio che di cristiano ha ben poco :”che tu ci creda o no questo è il potere, a questo devi obbedire”.


Si può capire allora che il documento inviatoci nasca dalla mente di chi sparge sterco di maiale sui luoghi di erigende moschee o conia beceri slogans tipo “Il minareto non oscuri i nostri campanili”. Ma desta francamente meraviglia e costernazione che attente coscienze di cattolici democratici e di laici  illuminati e progressisti si accodino ad un arrogante senso comune le cui certezze non reggono ad una critica appena un po’ attenta. A meno che anche le migliori istituzioni democratiche si nutrano della acritica (e magari un po’ opportunistica) sottocultura diffusa dai media di regime.


Poiché la speranza che così non sia non ci ha abbandonato, ci permettiamo di sottoporre alle SS.VV. queste semplici riflessioni confidando che vengano lette.

Ringraziamo per l’attenzione e porgiamo distinti saluti.


Lodi,    22 /01/2004 Il Dirigente Scolasti  La Responsabile intercultura






CROCEFISSO NELLE SCUOLE LODIGIANE: UNA VECCHIA STORIAultima modifica: 2009-11-07T11:54:00+01:00da officinafuturo
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento