Dal Tigri all’Ararat:viaggio nel Kurdistan turco

viaggio  in Kurdistan

dal 24 luglio al 6 agosto

 Ente promotore: Associazione Verso il Kurdistan – onlus

per informazioni :  Laura Sobanska     studioconflitti@yahoo.it

 

Si parte da Milano verso Istanbul, poi con un volo interno si arriva a Diyarbakir,  capitale virtuale del Kurdistan turco. Del milione e mezzo di abitanti, lo stato turco ne censisce neanche la metà: gli altri sono profughi che popolano un’infinita periferia. Cinque chilometri di mura romane con le ottantadue torri sull’alto corso del Tigri.

Si arriva poi a Mardin, cittadella merlata, i suoi musei, il suo bazar,  mosaico di popoli, di religioni di culture che convivono da millenni.

Piu’ a sud corre il confine turco-siriano, che taglia come un coltello la città di Nusaybin, l’antica Nisibis romana, separandola dalla città gemella di Qamishli, in territorio siriano. A Nusaybin, incontreremo l’associazione delle donne di Agenda 21, con il progetto di una locanda gestita da donne…(CONTINUA)

approfondimenti sulla situazione kurda: http://www.uikionlus.com/

 

Dal Tigri all’Ararat:viaggio nel Kurdistan turcoultima modifica: 2008-06-14T14:15:00+02:00da officinafuturo
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2 pensieri su “Dal Tigri all’Ararat:viaggio nel Kurdistan turco

  1. A Cizre, adagiata sulle rive del Tigri, dove confluiscono i confini artificiali di Turchia, Siria ed Iraq, si incontra il coraggioso sindaco della città, Aydin Budak, destituito dalla carica, dopo aver scontato quarantacinque giorni di carcere, per “istigazione all’inimicizia”, a seguito di un discorso pronunciato al Newroz 2007.

    Entriamo nella regione montagnosa del Botan, territorio della resistenza kurda che venticinque anni fa nacque proprio qui.

    Si raggiunge Sirnak, a 1.400 metri d’altezza, una città completamente militarizzata, piena di caserme e di soldati, popolata per buona parte da profughi scampati da villaggi bombardati e distrutti, con una situazione sociale e sanitaria drammatica, dove la nostra associazione ha realizzato, insieme alla municipalità, un centro sanitario per le donne e i bambini.

    Da Sirnak, passando per Eruth, dove la resistenza kurda compi’ la sua prima azione armata contro una caserma dell’esercito, attraverso una stupenda Arcadia montana disseminata dalle rovine dei villaggi distrutti, si arriva a Siirt, capitale del pistacchio e centro di lavorazione dei tessuti di lana mohair. Qui, con il coraggioso sindacato insegnanti Egitim Sen, abbiamo realizzato un progetto di doposcuola per i bambini profughi; per dare continuità a questo impegno, vorremmo continuare a lavorare con loro per allestire un laboratorio di fotografia e un’attività per la creazione di murales.

    Stahay Der è l’associazione dei detenuti politici e dei martiri di Siirt che incontreremo: sentiremo tante storie raccontate da donne che hanno patito violenze Alcune di esse partecipano ad un progetto di adozione a distanza con famiglie italiane, sostenuto dalla nostra associazione.

    Da Siirt, verso Batman, dove arrivano i terminal petroliferi, e oltre, lungo una strada che costeggia una campagna giallo ocra disseminata di bracci d’acciaio dei pozzi petroliferi.

    Si arriva all’antica Hasankeyf per vedere, forse per l’ultima volta, i resti di dodici millenni di storia mesopotamica, prima che li sommergano le acque della diga di Ilisu, complice una cordata di imprese europee, tra le quali l’italiana Unicredit. Mille anni fa, un geografo arabo, Al – Mukaddasi, la descriveva circondata da stupendi vigneti, selvaggia, rigogliosa di vegetazione, verde ed azzurra, per lo scorrere lento delle acque del Tigri, sotto le sue torri, le sue chiese, le sue moschee.

    Si sale verso Van a 1.700 metri d’altezza, sulle rive del lago omonimo, un mare interno dalle isole ricche di storia, come quella di Akdamar che emerge dalle acque con il suo gioiello incastonato ad est: una chiesetta armena, in arenaria rossa, straordinariamente decorata.Van è stata la capitale del regno di Urartu, quasi tremila anni addietro; allora, si chiamava Tushpa, e il suo castello – grandioso ed austero – domina la città da uno sperone roccioso, con molte iscrizioni in caratteri cuneiformi. “Io ho incendiato le città, io ho posseduto la terra, ho scacciato uomini e donne…” è una frase che un re ha scolpito per sempre sulla roccia. Si chiamava Serdur II, regnò qui otto secoli prima di Cristo.E’ in questa città che la nostra delegazione di marzo ha vissuto le tremende giornate del Newroz proibito, costato due morti, centinaia di feriti ed arrestati. L’area a sud del lago, è regione di pascoli montani, straordinarie vallate, alte montagne dominate dal massiccio del Cilo Dagi, e città che, senza l’onnipresente occupazione turca, sarebbero ridenti e suggestive, come la verde Yuksekova e Semdinli.

    Da Van ad Hakkari sono duecentotre chilometri interrotti da posti di blocco dei militari e frequenti perquisizioni. Tutta routine.E’ in questa zona che sono schierati 250 mila militari pronti ad entrare in Iraq con il pretesto di fermare il Pkk, in realtà per bloccare sul nascere l’esperienza di un futuro stato kurdo e allungare le mani sul petrolio di Kirkuk e Mossul.

    Hakkari: circa 70 mila abitanti, con i profughi di guerra, poca agricoltura e pastorizia, ancor meno commercio, eccezion fatta per i celebri tappeti kilim che qui hanno una tradizione secolare. Analfabetismo diffuso, zero servizi, Hakkari è una città di frontiera, dove lo scontro è durissimo: l’ex sindaco della città, Metin Tekce, è stato condannato a sette anni di carcere; il 15 di febbraio, la polizia ha usato armi da fuoco ed assaltato il Municipio, per disperdere una manifestazione per la pace; qui, si entra e si esce dal carcere, spesso senza un’accusa specifica.Nella zona, scontri e combattimenti con la guerriglia sono all’ordine del giorno, con il triste bilancio di morti e feriti. A marzo, la municipalità di Hakkari ha proposto un interessante progetto per la realizzazione di un mercato coperto, per dare lavoro e riparo ai numerosi profughi, che sopravvivono, trainando i loro carretti da ambulanti con misere cose, esposti alle intemperie per parecchi mesi all’anno.

    Da Hakkari verso le montagne del confine orientale, a Dogubeyazit, per vedere la cittadina dominata dal castello di Ishak Pascià, un palazzo feudale da “Mille e una notte”, adagiato ai piedi del Monte Ararat. La sindaca, una combattiva operaia tessile del DTP, si è trovata ad affrontare un mare di problemi ed ha rischiato più volte la destituzione per le sue prese di posizione sulla questione kurda. Dogubeyazit è la porta dell’Ararat, il cui nome originario è Agri Dagi, Monte del Dolore. Infinite leggende, fra cui quelle sui resti dell’Arca di Noè, circondano l’immenso cono innevato dell’antico vulcano che si erge oltre i 5 mila metri sull’altipiano. E’ la montagna madre di tutti i kurdi, con il suo seguito di catene che si prolungano a Nord in Armenia, a Sud lungo il confine iraniano fino all’Iraq.Un territorio unitario, squartato dalla geopolitica e riunificato dalla lotta partigiana.

    Da Dogubeyazit, passando da Ani, antica capitale dell’Armenia, verso Kars, immortalata da Ohran Pamuk nel suo bellissimo romanzo, “Neve”. Sono territori pieni di storia e di dolore: questi luoghi videro i viaggi di Senofonte e Marco Polo e infinite carovane sulla Via della Seta, ma anche il calvario di migliaia di armeni, poi, negli anni ’40, le deportazioni di Assale di ebrei e cristiani ed oggi la sporca guerra contro i kurdi.

    E poi verso Yusufeli, sul fiume Coruk, dove il governo turco vuole realizzare un’enorme diga, le cui acque sommergeranno villaggi e luoghi archeologici, decretando la fine di Yusufeli, che sarà spianata dalle ruspe. Seguendo la costa da Rize a Trebisonda, le colline sono ricoperte di piantagioni di thè. Trebisonda è la città del popolo dei Laz, ma anche la città dove è forte la presenza dei Lupi Grigi e dei gruppi ultranazionalisti; qui, venne massacrato il prete cristiano Don Santoro, da qui parti’ una lunga scia di odio e di violenze contro minoranze cristiane, intellettuali come Hrant Dink, militanti di sinistra.

    A sud di Trebisonda, Sumela, il monastero appollaiato su uno strapiombo alto 1.200 metri, un tempo centro di civiltà con cappelle, dormitori, cortili e una biblioteca famosa in tutto il mondo per i suoi milioni di volumi.

    Da Trebisonda si vola poi ad Istanbul, ultima tappa del viaggio.

    Sono centinaia gli “italyanlar”, gli italiani, che negli ultimi anni hanno conosciuto la dimensione umana e sociale della lotta kurda, partecipando, come “osservatori” alle immense feste del Newroz, il Capodanno kurdo, agli incontri con le associazioni della società civile, ai viaggi del turismo solidale che hanno consentito di scoprire la società civile kurda, le donne e le “Madri della Pace”, i sindaci e le municipalità governate dal partito DTP, in un territorio che vede la chiusura dei giornali kurdi, le denunce e gli arresti, la repressione nei confronti delle associazioni.

    In Kurdistan, a contatto con un’umanità che vuol conoscere e farsi riconoscere, oltre il muro del silenzio

    la prenotazione dovrà essere effettuata entro il 20 giugno, salvo esaurimento dei posti aerei.

    La partenza è prevista da Milano Malpensa e da Roma per il giorno 24 luglio 2008. Il ritorno è previsto per il giorno 6 agosto.

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