TORNARE A GENOVA-IMPRESSIONI

“Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le “pantere”
ci mordevano il sedere
lasciandoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c’eravate.
…se avete preso per buone
le “verità” della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.
E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.”

… Tornare a Genova dopo sei anni e dopo sempre più rabbia nel cuore e nella testa… non ho provato certo le emozioni di allora, ma ieri eravamo comunque  tanti: molti giovani, davvero giovani, probabilmente non presenti nel 2001, e noi, i soliti, da sempre a manifestare il diritto a esistere-resistere dei movimenti, contro la costruzione della Dal Molin , della costruzione della Tav, contro la guerra, contro lo stato borghese, contro, per…

non eravamo colorati e creativi come in quel luglio, ma grigi e imbacuccati per il freddo, forse un po’ più disillusi:  “la storia siamo noi”  diceva ottimisticamente lo striscione che apriva il corteo…  sì, pensavo, ma se il processo per l’omicidio di Carlo si è concluso con un’archiviazione,  se i procedimenti relativi alle violenze poliziesche si avviano verso la prescrizione, se  la verità storica su quelle giornate finisce nella richiesta di 225 anni di reclusione, la storia, ancora una volta, siamo noi, ma la  riscrivono gli altri.

Poi il corteo, per una scelta infelice del percorso, è sparito in un lungo sottopasso…io e molti altri abbiamo scelto, anche simbolicamente, di non seguirlo e proseguire da fuori.

“Menzogne di Stato” scriveva un cartello: quelle che sistematicamente coprono i poliziotti assassini che per “tragico errore” ammazzano cittadini inermi, il ladruncolo, chi non rispetta l’alt,  Carlo,  Aldo Bianzino in carcere a Perugia, Gabriele Sandri su un’autostrada,  e solo la scorsa settimana un militare americano ha investito un militante del Presidio Permanente No Dal Molin, durante una iniziativa E Giorgiana Masi, chi la ricorda più? E i poliziotti canadesi che ammazzano impuniti con le pistole elettriche usate anche nelle scuole per “calmare” studenti riottosi? 

“Contro un processo politico che colpisce il movimento di ieri, ma che mina profondamente la libertà dei movimenti di oggi e di domani” dice l’appello, e allora sì, è giusto essere tornati a Genova. Qualcuno in manifestazione con me si incazza un po’: perché deve essere proprio un prete  a parlare di diritti a questa piazza e con che parole poi?

Ad un tratto di fronte al mare l’ora del tramonto:  i panni stesi all’ultimo sole, il cielo rosso arancio, i muri delle alte vecchie case  illuminati di giallo polvere, con visi di tanti colori che si affacciano da centinaia di improbabili appartamenti, le navi nella foschia dell’orizzonte…tutto diventa surreale. Il pensiero non  corre al corteo finale de La tierra prometida, ma ad una malinconica foto di Cartier-Bressondei: i gats di Varanasi.

E comunque il 15 dicembre saremo a Vicenza, alla manifestazione europea contro la base, ancora una volta , una volta di più, testardi tessitori di utopie. solaura

TORNARE A GENOVA-IMPRESSIONIultima modifica: 2007-11-18T00:45:00+01:00da officinafuturo
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2 pensieri su “TORNARE A GENOVA-IMPRESSIONI

  1. a genova 2001 era “proibito stendere i panni” perchè sarebbe stato brutto mettere in mostra agli ospiti stranieri del g8 la biancheria lavata; e allora nel giorno della manifestazione con gli stranieri-quelli che sono qui con noi per studiare, lavorare e vivere in pace-uno degli slogan era “fuori, fuori, fuori le mutande”
    sabato scorso le tante abitazioni colorate affacciate sul lungomare esponevano la biancheria e le coperte al sole: e tante facce latine, cinesi, afro…a guardare noi in corteo
    da questo punto di vista uno scambio con la gente della città c’è stato
    noi non stiamo esattamente vincendo e tutto sommato quello che abbiamo vinto anni fa, da qualche tempo lo abbiamo un po’ perso; però stiamo mettendo in campo una buona resistenza alle intemperie governative/padronali e anche per loro è davvero scocciante e incazzevole doversi ogni volta trovare davanti ai riottosi di ogni razza che contestano le loro volontà di primeggiare sul mondo
    forse un altro mondo possibile non riusciamo a costruirlo e forse anche il progetto è piuttosto naif/eclettico/futurista/hippy/zingaro…..ma è il nostro progetto comune costantemente in trasformazione
    è saggio e valido restare sempre dentro a questo progetto, restiamo vivi, il progetto è il nostro lifting culturale/politico/affettivo
    certo siamo fatti di materia e quindi è bene che anche la nostra materia sia tutelata dagli agenti atmosferici e da quelli in divisa
    Francesco

  2. Un altro mondo è già possibile adesso: basta viverlo. Se il nostro problema è vivere al di fuori di questo sistema basta guardarci in giro e vedere come vengono trattati quelli che ne sono veramente fuori, quelli che danno un “cattivo esempio” col proprio esistere perchè al di fuori dal mercato e dalla circolazione delle merci, non produttivi e portatori di valori altri da quelli di “famiglia” intesa come nucleo autoreferenziale: I ROM. Non hanno patria, non hanno fissa dimora (e quindi non controllabili), vivono in comunità e quindi famiglie allargate, non sono per cultura generalmente “produttivi”, o meglio, lo stanno diventando per coercizione più che per convinzione, non accumulano denaro a fine speculativo… E’ vero, non sono tutti così, ma sono portatori, con la propria immagine, di valori deteriori per il capitalismo, sono i giusti capri espiatori, da destra come da sinistra, per le frustrazioni politiche e sociali della comunità borghese. La fatica più grande che fecero i padroni inglesi all’inizio dell’industrializzazione fu quella di convincere il proletariato a lavorare in quanto, discendente da una cultura contadina abituata a produrre in base ai bisogni di sussistenza, una volta recuperato salario sufficiente per vivere, preferiva passare il rimanente tempo nei pub piuttosto che in fabbrica. Ci furono le religioni che intervennero elevando il “lavoro” a valore sacro e quindi decretando che chi non fosse stato propenso a lavorare avrebbe peccato. Questo concetto si diffuse a macchia d’olio anche nella cultura operaia e sindacale tanto da arrivare ad additare con disprezzo i disaffezionati o i reticenti al lavoro considerandoli parassiti o sfruttatori dei propri simili. Essere contro il capitale e la globalizzazione significa quindi riflettere sul rapporto con il lavoro e la produzione, ogni forma, cioè, di sua valorizzazione. E’ proprio su questo terreno che lo scontro e la repressione sono più violenti. Tutto il resto, ormai, è più o meno tollerato, anzi, sussunto!

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